La Ceramica calitrana

Pubblicato: 19 luglio 2015 in Cultura, Intrattenimento, Notizie e politica, Organizzazioni, Viaggi

La Ceramica

Il territorio di Calitri è ricco di argille quasi pure e di estrema plasticità, atte ad essere lavorate allo stato naturale. L’abbondanza di argille e il ritrovamento di manufatti in ceramica risalenti alle epoche più antiche (a partire dal IV e III secolo a.C.), fanno supporre l’esistenza di fornaci già in epoche remote, ma fino ad oggi delle fornaci antiche o di epoca medievale presenti sul territorio non è affiorata traccia.

La prima testimonianza della presenza di un’attività fornaciaia in Calitri risale al XVI secolo. In una lettera conservata nell’Archivio di Stato di Parma, inviata nel 1573 dal Cav. Gesualdo al cardinale Alessandro Farnese, si fa riferimento a vasi comandati e ordinati da inviare a Roma: doveva trattarsi di vasi molto belli, non soltanto di terracotta ma probabilmente anche decorati. Un’altra testimonianza, datata 10 aprile 1688, ci viene dai registri dell’Archivio Parrocchiale di Calitri; in uno di essi l’arciprete del tempo, annotando un avvenimento accaduto in quei giorni, fa riferimento ad una fornace ubicata verso la Posterla.

Una ulteriore testimonianza ci viene dalla relazione fatta dal Vinaccia, nel 1737, che nel presentare lo stato delle condizioni economiche, sociali e civili della popolazione di Calitri fa riferimento alla presenza in Calitri di “2 fornaciai in cuocer creta”. Andando avanti nel tempo le testimonianze sono sempre più numerose, fino ad arrivare al secolo scorso quando anche nello stradario locale troviamo conferma di tale attività.

L’attuale vico Tornillo, era già noto nel ‘700 come “Vico dei Tornilli” cioè di quegli abili artigiani che utilizzavano il tornio a pedale per lavorare la creta; abbiamo poi via Faenzari il cui nome prende origine dalla presenza di artigiani, che nel ‘600 sarebbero stati fatti venire da Faenza, grazie all’interessamento di un vescovo. A conferma di ciò, oltre alle fornaci ancora presenti non più attive, vanno segnalati alcuni cognomi quali Lampariello, Tornillo e Spriuolo non tutti tradizionalmente di Calitri.

I fornaciai oltre ad occuparsi della produzione, vendevano direttamente il vasellame partecipando alle varie fiere che si tenevano nei paesi limitrofi; essi producevano, oltre a vasellame e stoviglie, anche quadroni per pavimenti in cotto, piastrelle per cucina dipinte con vari decori che erano molto richiesti nella provincia di Salerno e in Basilicata. L’attività fiorente che nell’800 aveva avuto molta importanza per l’economia locale, già agli inizi del ‘900 aveva avuto un tracollo economico con il progresso industriale avvertito nel settore.

Nel 1912 il prof. Anselmo De Simone, su incarico della Camera di Comercio di Avellino, disponeva uno studio sullo stato dell’industria della Ceramica nei paesi della provincia di Avellino, fra i quali anche Calitri; il De Simone, dopo aver descritto i poco progrediti sistemi di produzione, e quindi poco remunerativi, degli artigiani calitrani, suggerisce loro alcune modifiche per aumentare la produzione e diminuire i tempi di lavorazione.

Si assiste, così, alla graduale scomparsa degli artigiani ed al declino di questa attività: l’ultimo fornaciaio in attività è stato Antonio Lampariello, che fino a tarda età ha continuato a lavorare l’argilla secondo le antiche tradizioni. Oggi a Calitri sono presenti alcuni laboratori che si occupano della produzione artigianale di ceramiche ed altri ne stanno nascendo; questi insieme ad alcune industrie, che si occupano della produzione di laterizi e vasi in terracotta, stanno portando avanti questa tradizione secolare; il tutto a conferma che il territorio e quello che esso offre sono strettamente legati con lo sviluppo di una comunità.

La lavorazione della ceramica nell’Ottocento

I fornaciai prelevavano le zolle di argilla dalle cave locali, le lasciavano essiccare e poi venivano frantumate, setacciate e impastate. Venivano usati vari tipi di argille: quelle sabbiose e azzurre per la produzione di laterizi, quelle grigie per vasellame e stoviglie, quelle rossicce, contenenti ferro, per la produzione di manufatti da cucina resistenti al fuoco.

Nella fornace lavoravano tutti i componenti della famiglia, compreso le donne: il mestiere veniva tramandato da padre in figlio custodendo con gelosia i processi di lavorazione. La creta, dopo essere stata impastata, veniva messa a riposare in recipienti dai quali veniva prelevata di volta in volta per essere lavorata con il tornio azionato con il piede; i manufatti così ottenuti venivano fatti essiccare al sole e poi cotti nelle fornaci.

Le fornaci, più o meno piccole, erano a forma quasi conica nella loro altezza, coperte da una calotta sferoidale, forata per il passaggio dei fumi della combustione. Ogni forno o camera di infornaciamento aveva un volume di 8 metri cubi ed era capace di contenere da 3000 a 4000 pezzi di stoviglie assortite e consumava da 25 a 30 quintali di legna per ogni cottura. I fornaciai non erano in grado di controllare il fuoco e la relativa temperatura; questo comportava a volte la rottura delle stoviglie con conseguenti danni economici.

Per avere i pezzi finiti occorrevano due cotture consecutive: una a biscotto e l’altra a smalti. Gli smalti venivano preparati utilizzando la silice quarzosa di Tropea mista all’ossido di piombo e di stagno. Il colore più usato era l’azzurro, poi il marrone, il giallo, meno il verde nelle sue varie gradazioni ed il rosso. Il motivo ricorrente era costituito dai “sing sing”, linee verticali che aumentando e diminuendo in lunghezza, fino a diventare un punto, decoravano la circonferenza dei manufatti; altri motivi decorativi erano la “rosa mascarina”, una rosa semplice che richiamava probabilmente quella selvatica, all’epoca unica esistente in loco.

Non mancavano, nei servizi decorati con stemmi o emblemi gentilizi, alberi, leoni o altri animali nel tipico colore azzurro, mentre le figure erano poco usate e apparirono tardi.

Info: http://www.comunecalitri.gov.it/calitri/la-ceramica-calitrana/

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