Il Ceramista in Archeologia

Pubblicato: 5 giugno 2014 in Cultura, Hobby, Intrattenimento, Organizzazioni


 
Ceramica depurata o ceramica di impasto sono espressioni usate in terminologie tecniche archeologiche per descrivere la composizione delle ceramiche.
kembòQuindi quest’ultima chiamata di impasto o ad impasto, definisce una ceramica grezza ricca di molti inclusi o impurità, usata soprattutto per le ceramiche preistoriche e protostoriche.
Il termine ceramica deriva dal greco keramos che significa argilla, terra.
L’argilla o Creta infatti rappresenta il componente principale, e quindi materia prima ancora in uso per la fabbricazione dei materiali ceramici.

 L’argilla è una roccia sedimentaria che deriva dall’alterazione di rocce primarie quali graniti, basalti, gabbri o rocce magmatiche. I feldspati presenti in tali rocce si decompongono ad opera degli agenti atmosferici generando i minerali argillosi, silicati idrati di alluminio, tra i quali i più comuni sono il caolino, la montmorillonite, l’illite.

 Oltre all’argilla, un altro componete essenziale è rappresentato dalla silice, la quale viene aggiunta nell’impasto ceramico, per le sue proprietà smagrenti, in quanto a differenza del caolino, non assorbe l’acqua e non diventa plastica, permettendo in questo modo di correggere le argille troppo grasse, cioè con grandi percentuali di caolino.


La silice inoltre riduce il ritiro del manufatto e forma una sorta di intelaiatura che lo rende più solido e resistente.

Altri ingredienti fondamentali usati nella produzione ceramica sono le ceneri d’ossa e i feldspati, usati in quanto essendo fondenti possiedono temperature di fusione più basse rispetto agli altri componenti, permettendo quindi di ridurre la temperatura di cottura e formare nell’impasto una fase vetrosa che impartisce durezza al manufatto.

Primo passaggio è la fondamentale modellazione o foggiatura della materia .

La foggiatura avviene manualmente mediante varie tecniche artigianali invariate nel tempo, come oltre alla semplice modellatura con le mani c’è l’uso del tornio o lo stampaggio.
 La fase seguente a quella della foggiatura è l’essiccazione, molto importante per una buona riuscita del manufatto ceramico.

I materiali devono infatti perdere l’acqua d’impasto molto lentamente, in modo da evitare la formazione di crepe o pori durante la cottura, causati dalla troppo veloce vaporizzazione dell’acqua.

I manufatti vengono a questo punto sottoposti alla cottura in appositi forni, dove vengono sottoposti a temperature variabili tra gli 800 e i 1500 °C.


Durante la cottura le materie prime subiscono da trasformazioni fisico-chimiche una profonda trasformazione strutturale, e gradatamente modificandosi irreversibilmente in materiali più duri, resistenti e compatti.
Se ne hanno traccia, in Irpinia, di forme arcaiche in ceramica dalla cultura dall’età del ferro al bronzo, quindi dal 400 a.C. in poi. Esse nascono da necessità d’uso domestico, salvo alcuni esemplari destinati a scopi funerari.
l’assimilazione o influenza di temi sono in larga misura distinguibili in stili orientalizzanti greci, ma la tecnica di realizzazione è prettamente etrusca.
Pochi e rari sono gli esemplari di arte figurativa, quindi diventa sempre più evidente che a differenza dei loro vicini, gli irpini ignorassero l’arte di dipingere i vasi.
I nomi usati per designare e distinguere le varie forme in ceramica sono in gran parte da considerare convenzionali, perché non solo sono pochi i nomi usati in epoca moderna per distinguere le varie forme antiche, ma in epoche successive le ceramiche a impasto della zona venivano solitamente riproposte, quindi improbabile effettuare confronti con le denominazioni in uso alle forme similari dei popoli contemporanei.
Tra le forme più frequenti si trova l’anfora, l’oinochoe, l’olpe, lo kyphos, il kotyle, il calice, la ciotola bassa, il kantharos, il kyathos, la kylix.

Alla fine dell’VII secolo a.C., la ceramica irpina era caratterizzata da argille grossolane, da vasi fatti a mano e cotti in modo approssimativo. Il materiale utilizzato, fino a tutto il IX secolo a.C., fu esclusivamente d’impasto.
La conoscenza dei procedimenti greci, presumibilmente attraverso artigiani immigrati, introdusse una migliore depurazione dei materiali di partenza, l’uso del tornio veloce e il controllo della cottura.

Quindi nei vasi dedicati agli usi domestici o nei santuari per i periodi dei due secoli successivi alle rispettive forme di stile rimangono invariate, non solo nelle loro forme e usi ma nelle tecniche di realizzazione.
Per confutare tale teoria o dibattito, è ancora in attesa un dettagliato e approfondito studio meticoloso tramite indagine archeologica. Cosa certa che abbondanti importazioni greche venivano imitate o adattate insieme alle forme e ai modelli decorativi in stile orientali.
Allo stesso tempo, si mantenevano le vecchie tradizioni e la ceramica prodotta lungo il territorio giunse a coprire una gamma molto varia. I prodotti cominciano a presentare nell’argilla dell’Ingobbio,distinguendosi da quelli a fondo scuro del tipo denominato a bucchero, il cui apogeo si pone tra il secondo quarto del VII e la metà del VI secolo a.C. e in cui la decorazione è data da rilievi e incisioni.
Il bucchero è un tipo di ceramica nera, spesso fine e leggerissima, prodotta per realizzare vasi. La integrale monocromia nera è la caratteristica più evidente di questa tipologia di ceramica e la colorazione veniva ottenuta mediante una cottura particolare. Il bucchero fu utilizzato dal secondo quarto del VII secolo a.C.alla prima metà del V secolo a.C.. Il termine bucchero deriva dallo spagnolo bucaro con il quale si definirono alcuni vasi giunti dall’America meridionale più o meno nello stesso periodo dei primi ritrovamenti nei siti archeologici. 

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