U’Straniesc’

Pubblicato: 30 ottobre 2011 in Cultura, Giochi, Salute e Benessere

U’Straniesc’
24/Aug/2011
Tra le più colorate e curiose usanze degne di ammirazione, concernenti il matrimonio, mi sono imbattuta in particolare in una, che altrimenti non poteva che essere Calitrana. D’accordo che l’unione di una coppia, nel tempo, ha assunto consuetudini e riti sempre differenti, ma rivangando nel nostro passato, tra le tradizioni popolari, questa merita di essere riportata alla luce. In occasione delle nozze, come prima cosa, le famiglie degli sposi si accingevano nei soliti preparativi: i pann’ r’ la zita in casa dello sposo, la sorella della sposa regalava la camicia bianca — presentata su un vassoio sfavillante abbellito da fiori e confetti — che lo sposo avrebbe indossato il giorno del matrimonio. Il fatidico giorno, il corteo già pronto in casa dello sposo, andava a prelevare la sposa evitando di fare lo stesso percorso sia all’andata che al ritorno onde evitare spiacevoli incontri di mal auguranti. Poi la giornata proseguiva, come di consuetudine, tra brindisi e festeggiamenti, ma ogni tanto balenava nella mente degli sposi l’ombra dello straniesc’. Questa usanza consisteva nello spargere a terra della pagliuzza di grano, che tracciava un percorso e iniziava dall’abitazione della sposa sino a terminare davanti a quella del “presunto amante”. Ciò era molto temuto e scongiurato, poiché metteva in dubbio la serietà della donna, ed era anche considerato un affronto personale, oltraggioso e talvolta una grave offesa che molte volte si concludeva anche in risse, per chi voleva insinuare qualcosa. Tuttavia, gli amici fidati armati di paroccula si improvvisavano vigilanti accurati, onde scongiurare che ciò avvenisse: tutta la notte si trascorreva nella strada, perlustrando in lungo e in largo vicoli, bivi, piazzette, strade laterali e quant’altro; inoltre avevano a disposizione una stanza dove potevano trovare ristoro con i celeberrimi sc’liend’ — spaghetti conditi con aglio, olio e peperoncino — alternandosi nei turni che avevano stabiliti sino all’alba. Ma c’erano anche delle variazioni dello straniesc’a seconda se a sposarsi fosse stata una donna disincantata o non più giovane. Nel primo caso le offese erano veramente oltraggiose poiché dinanzi l’abitazione si era solito collocare delle ossa di animali morti da poco; nel secondo, invece, i più audaci introducevano in casa dei novelli sposi anziani, un recipiente colmo di fuoco con l’aggiunta del peperoncino che emanava delle esalazioni causanti tosse e affanno ai deboli coniugi, costretti ad alzarsi e liberare la casa dalle fastidiose profusioni;il tutto avveniva sotto gli occhi nascosti degli artefici soddisfatti della riuscita di tale beffa. Oltre a queste usanze, è da nominare anche la s’mmana r’ la zita, ossia gli sposi restavano in casa per una settimana successivamente al giorno delle nozze e la prima domenica, in casa dello sposo, si indiceva nuovamente un pranzo con amici e parenti, e il giorno dopo però -questa volta- in casa dei genitori della sposa, si ripeteva il tutto ma con la particolarità dell’uccisione del gallo, da qui il nome dell’ottavo giorno “u’ hagghij”. Questa era, nelle tradizioni calitrane del XX secolo, la più radicata nonché prevista tra la popolazione, tant’è che lasciava il dubbio sulla
legittimità della donna e quindi del matrimonio e ne scaturiva, poi, risse sugli artefici. Fortunatamente, oggi, alcune di queste pesanti ed offensive usanze sono andate perdute, ma non abbiamo dimenticato gli stimati e tanto attesi spahett’ agl’ e uogl’, che ovviamente dopo un lauto pranzo-cena in confortevoli ristoranti non può, anzi, non deve assolutamente mancare, a qualsiasi ora!



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